Studi scientifici dimostrarono la pericolosità di quegli stessi farmaci per la salute del nascituro: rischi di malformazioni, anche se in casi rari, potevano essere alcune delle gravi controindicazioni della terapia. In effetti, con quella terapia, la donna riuscì ad avere un figlio, ma con gravi malformazioni fisiche.
Di qui la decisione di chiamare in giudizio, chiedendo un risarcimento danni, i 2 medici che prescrissero la terapia incriminata. Nel 2004 la Corte di Appello di Napoli riconobbe ai coniugi e al figlio, oramai 18enne, 500 milioni delle vecchie lire come risarcimento dei danni subiti per la violazione, da parte dei medici, dell’obbligo al consenso informato.
Dopo 5 anni, la Suprema Corte ribadisce, in via definitiva, la sentenza ottenuta in Appello: i medici sono obbligati a informare la madre dei rischi ai quali sottopone il feto, con la somministrazione di certi tipi di farmaci.
Al contrario, non ci sarebbe stato nessun risarcimento qualora “il consenso informato fosse necessario al fine dell’interruzione di gravidanza”.
Marinella D’Amico

